terreiro do paço

5 agosto 2013 § Lascia un commento

Nessuno sa dell’esistenza di questo luogo, se non sparuti gruppi di timoresi.

Si tratta del quartier generale dei guerriglieri, dove si nascondevano però anche civili, in gran parte anziani. Al primo piano il pavimento è ricoperto d’acqua, che riflette il soffitto, pieno di pitture rupestri bellissime. Una luce calda fioca diffusa mi permette di intravedere soltanto ciò che è stato tracciato chissà quanti anni fa.

La mia guida esperta mi spiega che oggi qui riproducono scenari verosimili di quello che un tempo accadeva: timoresi che escono ed entrano in modo furtivo, con rice-trasmittenti antiquate che comunicano messaggi che non comprendo; assemblee fra capi guerriglieri; macchine da scrivere che battono impazzite comunicati da inviare ad altre basi minori e all’estero.

Poi chiedo

– Ma qui gli indonesiani non sono mai arrivati?

– Sì, una volta.

Ed entro in trans.

Rivedo vecchi fuggire con tamburi e tais in mano, nel disperato tentativo di salvare il loro passato. Soldati indonesiani che li inseguono, armati fino ai denti, sparatorie e morti per strada.

– Come si chiama questo posto?

– Terreiro do paço.

Vedo lisboeti impegnati a pulire sangue, inconsapevoli di averne versato, dato il tono paternalistico che da sempre l’Occidente assume nei confronti di se stesso e dei popoli – cosiddetti – inferiori.

Soggiogati, usati, sfruttati, primitivizzati, privati, depredati, massacrati – non hanno nemmeno il diritto di spiegare il loro dolore nella loro lingua, perché è necessario tradurlo nella lingua dell’Onu, dei Diritti Universali scritti dagli occidentali, perché altrimenti non si capisce quello che mi stai dicendo. Mi devi dire che ti hanno torturato secondo le modalità “consuete”, perché altrimenti non ti hanno torturato.

Devono averti ammazzato i figli o la moglie o il marito. Se ti hanno bruciato i tamburi o dei pezzi di stoffa, se ti hanno costretto a coltivare campi che non conosci, modificando le tue ancestrali tecniche di semina e raccolta, impedendoti di cantare la tua cultura, che è l’unico modo che hai per farla sopravvivere, mi spiace, ma Universalmente, queste non sono considerate motivazioni valide e il tuo dolore puoi tenertelo per te, grazie.

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