Il racconto delle uova

11 ottobre 2013 § Lascia un commento

o Del mettere in prospettiva con anni di ritardo

Parte I

C’è stato un periodo in cui uscivo di casa e alzavo lo sguardo per vedere se c’era. Lasciava sempre un qualche segno di presenza sul terrazzino di camera sua. Chissà per chi – mi chiedevo. Mi rincuorava saperlo lì, al numero di 5 di quella vietta di cui nessuno sembrava sapere l’esistenza.

Una volta era perfino capitato di incontrarlo tutto di fretta nella bottega sotto casa, dove andavo a comprare le uova. A me piaceva la cura con cui il signore della bottega riponeva le uova nel sacchetto: stava attento che non si rompessero e le chiudeva bene Così è impossibile che si rompano, signorina.

– Prego prego, ti vedo di fretta.

– Grazie, scusa eh ma ho finito il latte e sono sceso di corsa. Ci vediamo in giro!

Ed era sparito, dietro la porta verde del numero 5 della sua vietta anonima.

A casa non riuscii a stupirmi nel vedere che due uova si erano rotte.

Una sera, dondolante e sbronzo, mi aveva preso da parte e aveva iniziato a farfugliare cose a bassa voce.

– Non ci voglio più andare da lei, ormai è finita. Ma poi mi ritrovo a prendere il treno tutti i fine settimana… ma… sta volta non ci vado. non ci voglio andare.

Ma sabato il terrazzino era vuoto un’altra volta e le mie uova a casa ci erano tornate tutte quante intere.

Al miradouro a due passi da casa mia ci andavo spesso perché mi consolava guardare la città e pensare alle vicende altrui, che passavano inosservate tanto quanto le mie. Era solo una questione di prospettiva, pensavo.

Era da mettere in prospettiva anche quel venerdì, quando tornati mezzi ubriachi dalla solita festa con le solite persone ci eravamo stupiti di saperci vicini di casa. Avevamo iniziato a parlare in mezzo a birre e a sigarette, convinti di dire cose serie e di trovare una certa rispondenza fra i nostri pensieri.

– Domani vado a un concerto al teatro municipale, c’è <inserire il nome di un cantante fake-alternative qualsiasi>, non lo conosci? Davvero non lo conosci? No, ma non è possibile, devi assolutamente sentire questa canzone.

Che poi erano diventate tre e la quarta stavamo ballando una musica che me l’avesse fatta sentire un altro avrei detto Embeh?. Eravamo tutti stretti e gli piacevano i miei capelli e se avessi avuto con me un sacchetto pieno di uova sarebbero esplose tutte contemporaneamente.

E invece le cose in prospettiva non mi riusciva a metterle ed era andata a finire che si usciva solo noi due, ci si ubriacava il giusto e si stava così bene che il mattino dopo mi ero affacciata dal terrazzino per vedere la porta di casa mia. Così, sempre per una questione di prospettiva.

Mi rivedevo là in basso a guardare in alto e pensavo di aver fatto passi da gigante, mentre il signore della bottega sistemava la verdura e dal quinto piano si vedeva la città quasi come dal miradouro. Ma le cose in prospettiva non riuscivo proprio a metterle: non riuscivo ad arrendermi al fatto che fosse insignificante quella cosa che stava dentro alla stanza e che adesso stava uscendo per dirmi che il latte era finito. Però c’è il caffè.

Pensavo che succede sempre che il caffè c’è ma il latte finisce. È una specie di cliché dell’epoca moderna, una cosa su cui dovremmo scrivere più poesie e canzoni. Che tra l’altro a me il caffé della caffettiera fa schifo, preferisco un té, dell’acqua, un succo, un frutto?, i biscotti, i cracker, i grissini, la pizza avanzata di ieri o qualsiasi pezzo di formaggio sia rimasto negli angoli bui del tuo frigo; andiamo al bar sotto casa in pigiama, piuttosto, scontriamoci con la vergogna sociale dei pigiami e dell’Abbiamo scopato e ce lo abbiamo scritto in fronte mentre scegliamo la brioche più appropriata al momento ma il caffé della caffettiera, grazie, non lo voglio.

– Va benissimo il caffè, rispondo io, la ragazza decisa, quella che c’ha in testa di andare dall’altra parte del mondo tutta da sola a capire cosa diamine è questa lusofonia.

Beviamo in silenzio e rimaniamo in attesa che arrivi Imbarazzo, l’amico che si accoda sempre nei momenti meno opportuni. Gli lascio il posto, fingo di farmi una doccia e mi invento che fra un’ora ho lezione e che è bene che torni a casa.

Varco la soglia e inizia lo scenario dei presagi tragici e funesti, intervallati da momenti di forte e immotivata euforia: consapevole di non avere il controllo di me stessa, penso che l’unica cosa da fare sia costruire imponenti fortificazioni immaginarie e mettere qualche coccodrillo nei fossati, a monito. Ecco, adesso possiamo aspettare la fine del mondo in santa pace.

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