Il racconto delle uova

11 ottobre 2013 § Lascia un commento

o Del mettere in prospettiva con anni di ritardo

Parte IV

Alla spicciolata, tutti i personaggi di questo breve racconto se ne andranno dalle rispettive case, tutte intorno a quel crocicchio in salita. Tutti tranne il signore della bottega all’angolo, che continuerà a vendere uova, felice di non vederle più indemoniate.

L’Erinni dalle vezzose mutandine viola se ne tornerà dalle terre fredde dalle quali proveniva; Eduardo dapprima trascorrerà un’estate a fingere di meditare, assumendo potenti allucinogeni e illudendosi di scorgere il Senso che racchiude il Tutto e, in seguito, si trasferirà in una grigia e cupa capitale del nord – facciamo Oslo, dai – e  si butterà a capofitto nel lavoro, coniugando il suo titolo di studio da architetto con la sua grande passione per le arti plastiche. L’io-narrante finirà dall’altra parte del mondo, come aveva previsto; e poi tornerà, ma non al crocicchio, ma a casa sua, che sta in Italia. E infatti questo racconto è scritto in italiano.

 By the time you read this I will be so far away – e meno male.

A Monaco di Baviera, ricca cittadina della Germania meridionale, i cessi pubblici sono tutti a pagamento. Quindi se hai fretta di prendere la metropolitana (che ce n’è una ogni 20 minuti perché i tedeschi sono strani) stai sicuro che la perdi perché devi cercare le monete da mettere nell’aggeggio che sblocca il tornello che ti fa entrare nel cesso. E nell’aggeggio ci devi mettere 1 euro in monete da 1 euro: gli altri tagli non vengono accettati. E allora devi smezzare i due euro che hai, altrimenti cambiare i cents che hai nella macchinetta-che-cambia-le-monete che sta sulla parete antistante il tornello.

Finalmente, a un certo punto, entri nel cesso e il pavimento è pieno d’acqua. A sinistra ci sono i cessi per gli uomini e a destra quelli per le donne. Poi, uscendo, c’è una fila infinita di lavandini, dove la gente si lavano le mani guardandosi nello specchio, finché a un certo punto ti si ferma il cuore perché vedi la faccia di Eduardo che ti guarda, dentro nello specchio. Sono quanti? quattro anni che non vedi la faccia di Eduardo? E adesso è qui che ti guarda dentro a uno specchio con un’espressione ebete, identica alla tua.

 

 

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