gruisti

Il racconto delle uova o

Del mettere in prospettiva con anni di ritardo

Parte I

C’è stato un periodo in cui uscivo di casa e alzavo lo sguardo per vedere se c’era. Lasciava sempre un qualche segno di presenza sul terrazzino di camera sua. Chissà per chi – mi chiedevo. Mi rincuorava saperlo lì, al numero di 5 di quella vietta di cui nessuno sembrava sapere l’esistenza.

Una volta era perfino capitato di incontrarlo tutto di fretta nella bottega sotto casa, dove andavo a comprare le uova. A me piaceva la cura con cui il signore della bottega riponeva le uova nel sacchetto: stava attento che non si rompessero e le chiudeva bene Così è impossibile che si rompano, signorina.

– Prego prego, ti vedo di fretta.

– Grazie, scusa eh ma ho finito il latte e sono sceso di corsa. Ci vediamo in giro!

Ed era sparito, dietro la porta verde del numero 5 della sua vietta anonima.

A casa non riuscii a stupirmi nel vedere che due uova si erano rotte.

Una sera, dondolante e sbronzo, mi aveva preso da parte e aveva iniziato a farfugliare cose a bassa voce.

– Non ci voglio più andare da lei, ormai è finita. Ma poi mi ritrovo a prendere il treno tutti i fine settimana… ma… sta volta non ci vado. non ci voglio andare.

Ma sabato il terrazzino era vuoto un’altra volta e le mie uova a casa ci erano tornate tutte quante intere.

Al miradouro a due passi da casa mia ci andavo spesso perché mi consolava guardare la città e pensare alle vicende altrui, che passavano inosservate tanto quanto le mie. Era solo una questione di prospettiva, pensavo.

Era da mettere in prospettiva anche quel venerdì, quando tornati mezzi ubriachi dalla solita festa con le solite persone ci eravamo stupiti di saperci vicini di casa. Avevamo iniziato a parlare in mezzo a birre e a sigarette, convinti di dire cose serie e di trovare una certa rispondenza fra i nostri pensieri.

– Domani vado a un concerto al teatro municipale, c’è <inserire il nome di un cantante fake-alternative qualsiasi>, non lo conosci? Davvero non lo conosci? No, ma non è possibile, devi assolutamente sentire questa canzone.

Che poi erano diventate tre e la quarta stavamo ballando una musica che me l’avesse fatta sentire un altro avrei detto Embeh?. Eravamo tutti stretti e gli piacevano i miei capelli e se avessi avuto con me un sacchetto pieno di uova sarebbero esplose tutte contemporaneamente.

E invece le cose in prospettiva non mi riusciva a metterle ed era andata a finire che si usciva solo noi due, ci si ubriacava il giusto e si stava così bene che il mattino dopo mi ero affacciata dal terrazzino per vedere la porta di casa mia. Così, sempre per una questione di prospettiva.

Mi rivedevo là in basso a guardare in alto e pensavo di aver fatto passi da gigante, mentre il signore della bottega sistemava la verdura e dal quinto piano si vedeva la città quasi come dal miradouro. Ma le cose in prospettiva non riuscivo proprio a metterle: non riuscivo ad arrendermi al fatto che fosse insignificante quella cosa che stava dentro alla stanza e che adesso stava uscendo per dirmi che il latte era finito. Però c’è il caffè.

Pensavo che succede sempre che il caffè c’è ma il latte finisce. È una specie di cliché dell’epoca moderna, una cosa su cui dovremmo scrivere più poesie e canzoni. Che tra l’altro a me il caffé della caffettiera fa schifo, preferisco un té, dell’acqua, un succo, un frutto?, i biscotti, i cracker, i grissini, la pizza avanzata di ieri o qualsiasi pezzo di formaggio sia rimasto negli angoli bui del tuo frigo; andiamo al bar sotto casa in pigiama, piuttosto, scontriamoci con la vergogna sociale dei pigiami e dell’Abbiamo scopato e ce lo abbiamo scritto in fronte mentre scegliamo la brioche più appropriata al momento ma il caffé della caffettiera, grazie, non lo voglio.

– Va benissimo il caffè, rispondo io, la ragazza decisa, quella che c’ha in testa di andare dall’altra parte del mondo tutta da sola a capire cosa diamine è questa lusofonia.

Beviamo in silenzio e rimaniamo in attesa che arrivi Imbarazzo, l’amico che si accoda sempre nei momenti meno opportuni. Gli lascio il posto, fingo di farmi una doccia e mi invento che fra un’ora ho lezione e che è bene che torni a casa.

Varco la soglia e inizia lo scenario dei presagi tragici e funesti, intervallati da momenti di forte e immotivata euforia: consapevole di non avere il controllo di me stessa, penso che l’unica cosa da fare sia costruire imponenti fortificazioni immaginarie e mettere qualche coccodrillo nei fossati, a monito. Ecco, adesso possiamo aspettare la fine del mondo in santa pace.

Parte II

Suona il telefono, è Joel.

– Esci sta sera?

– Chi siamo?

– Bah, i soliti…

– mmm… e dove si va?

– Pensavamo in quel locale dall’altra parte del fiume, sta sera c’è un gruppo che suona. Ma perché, c’è qualche problema?

– Nono, nessuno. Ci vediamo dopo.

La luce di camera sua è spenta: benissimo. Se n’è andato a Lisbona.

Stavamo bevendo fra chiacchiere spensierate che ci avrebbero riportato a casa alticci e contenti quando l’inevitabile si dipana di fronte ai miei occhi. Eh sì, cari lettori attenti. Quella sera c’era il concerto del fake-alternative a teatro e la supposizione dell’io-narrante di poche righe fa (“La luce di camera sua è spenta: benissimo. Se n’è andato a Lisbona”) era sbagliatissima.

Offre un giro a tutti e inizia a parlare in modo disinvolto e continua a guardarmi e

– C’è una festa di compleanno vicino alla Sé, ci andiamo?

E via, tutti che ci spostiamo per andare nella classica casa erasmus costantemente piena di gente, alcool e canne dove tutti si divertono e anche io mi sento quasi socievole e mentre sono seduta a chiacchierare di cose random con questo tizio che si è fumato troppe canne per stare davvero a sentire quello che gli sto dicendo

ti siedi vicino a me e inizi a guardarmi e io nemmeno mi accorgo che una scarpa mi sta scivolando via dal piede e tu me la rimetti e mi sfiori il piede, ma chi sei? Quentin Tarantino, per dio?

E torniamo a casa insieme. La mia ascia di guerra non c’è nemmeno modo di seppellirla perché con tutta probabilità me la sono dimenticata da qualche parte nella casa erasmus dopo il quarto gin tonic. E in casa tua sbattiamo dappertutto e continuiamo a ridere e tu continui a tenermi le mani e

lo senti anche tu l’armageddon che sta per arrivare, vero? Lo senti il giorno dopo, quando a sbornia passata e col mal di testa incipiente mi dici che a Lisbona non ci torni più per davvero – sta volta – e scendi a prendere il latte dal signore della bottega all’angolo che con tutta probabilità sarà disperato perché le uova stamattina sono impazzite: rotolano giù dagli scaffali con la precisa volontà si suicidarsi.

Lo senti, EH?

Parte III

Da un’altra prospettiva

In questa breve parte del racconto, cari lettori, succede che l’io-narrante ci abbandona. Sale sulla scena l’altra, quella che vive a Lisbona e che sta vivendo le pene dell’inferno perché è da circa due mesi che non riceve più notizie da quello che – teoricamente – è ancora il suo fidanzato. Disposta al dialogo quanto un’Erinni, su consiglio di amici e conoscenti, decide di andare a chiedere informazioni al diretto interessato che è a casa da solo, ignaro del futuro che lo attende.

L’io-narrante immaginatevelo dove vi pare, sappiate che torna a casa per cena e dalla strada vede la luce della camera del suo presunto compagno spenta. Inizialmente pensa dei grossi BAH, in seguito telefona senza ricevere risposta, infine inizia a chiedere informazioni a colleghi e amici, finché dal terrazzino non spunterà uno stendino con vestiti e biancheria inequivocabilmente femminili.

Dalla bottega del signore sotto casa le uova prenderanno il volo per schiantarsi sui vetri delle finestre del numero 5.

 *

Mutande viola col pizzo finto. Che classe. Complimenti. Chissà che ci finisca sopra una bella malattia e che mettano in quarantena il vostro appartamento, piccioncini.

Ero lì, che aspettavo che il riso si cucinasse e guardavo fuori dalla finestra come le vecchie che non hanno una vita da vivere – quando suona il campanello. Chi cazzo è a quest’ora?

– Ragazze, aspettate qualcuno?

Apro. E’ la proprietaria delle mutande viola, tutta spettinata e col fiatone.

In uno strambo portoghese con un forte accento teutonico cerca di dirmi che si scusa e che ha già profato con tutti i ficini, ha anche profato a fetere nella potteka qui ficino che però è chiusa e Inzomma, a quest’ora sempra impossipile trofare telle uòfa a in qvesta città! Te ne posso chietere tue? Mi zerfono tue uòfa.

La guardo negli occhi con un vago senso di disprezzo, faccio un lungo tiro di sigaretta e rientro in casa.

Intercetto lo sguardo della mia coinquilina intelligente, la quale mi guarda terrorizzata consapevole del fatto che una bomba H sta per cadere all’incrocio fra Rua da Saragoça e Rua António Vasconcelos. Perfino quella cretina capisce che sta succedendo qualcosa, tanto che smette di limarsi le unghie per circa 5 secondi. Riprende subito dopo dicendo che c’è puzza di fumo. La zittisco incenerendola con lo sguardo mentre penso a dove cazzo incartare queste uova di merda.

Adela mi passa un sacchettino di carta marrone, ci metto le uova e vado verso la porta.

Le sorrido, le porgo il sacchetto e mi ringrazia con un sacco di smorfie da femmina.

Spengo la sigaretta, riprendo il sacchetto dalle sue mani, tiro fuori un uovo e glielo schiaccio sulla testa.

– L’altro tienilo per Eduardo.

Parte IV

Alla spicciolata, tutti i personaggi di questo breve racconto se ne andranno dalle rispettive case, tutte intorno a quel crocicchio in salita. Tutti tranne il signore della bottega all’angolo, che continuerà a vendere uova, felice di non vederle più indemoniate.

L’Erinni dalle vezzose mutandine viola se ne tornerà dalle terre fredde dalle quali proveniva; Eduardo dapprima trascorrerà un’estate a fingere di meditare, assumendo potenti allucinogeni e illudendosi di scorgere il Senso che racchiude il Tutto e, in seguito, si trasferirà in una grigia e cupa capitale del nord – facciamo Oslo, dai – e  si butterà a capofitto nel lavoro, coniugando il suo titolo di studio da architetto con la sua grande passione per le arti plastiche. L’io-narrante finirà dall’altra parte del mondo, come aveva previsto; e poi tornerà, ma non al crocicchio, ma a casa sua, che sta in Italia. E infatti questo racconto è scritto in italiano.

By the time you read this I will be so far away – e meno male.

A Monaco di Baviera, ricca cittadina della Germania meridionale, i cessi pubblici sono tutti a pagamento. Quindi se hai fretta di prendere la metropolitana (che ce n’è una ogni 20 minuti perché i tedeschi sono strani) stai sicuro che la perdi perché devi cercare le monete da mettere nell’aggeggio che sblocca il tornello che ti fa entrare nel cesso. E nell’aggeggio ci devi mettere 1 euro in monete da 1 euro: gli altri tagli non vengono accettati. E allora devi smezzare i due euro che hai, altrimenti cambiare i cents che hai nella macchinetta-che-cambia-le-monete che sta sulla parete antistante il tornello.

Finalmente, a un certo punto, entri nel cesso e il pavimento è pieno d’acqua. A sinistra ci sono i cessi per gli uomini e a destra quelli per le donne. Poi, uscendo, c’è una fila infinita di lavandini, dove la gente si lavano le mani guardandosi nello specchio, finché a un certo punto ti si ferma il cuore perché vedi la faccia di Eduardo che ti guarda, dentro nello specchio. Sono quanti? quattro anni che non vedi la faccia di Eduardo? E adesso è qui che ti guarda dentro a uno specchio con un’espressione ebete, identica alla tua.

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